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envenuto! 

Pace a te, amica o amico. Chissà cosa ti ha spinto fin qui! Forse la curiosità, o il desiderio di conoscenza o la sete di ricerca? Oppure ti sei semplicemente smarrito nella fitta trama di proposte e suggerimenti della rete? O il caso? Ma, il caso, come ha detto qualcuno, è lo pseudonimo di Dio, quando non vuole firmarsi! Qualunque sia la motivazione, è bello pensare che Qualcuno ti ha condotto fin qui per dar sollievo al tuo animo. In quest'oasi spirituale ad accoglierti c'è Maria, la Madre Celeste, la Padrona di casa. E poi ci siamo noi, i monaci cistercensi del monastero intitolato alla Vergine SS. di Cotrino, che ti facciamo compagnia in questa pausa dello spirito. Qui sei al sicuro, sotto il manto di Maria. Qui sei a casa, fra il calore e la gioia dei fratelli.Il Signore ti conceda quanto il tuo cuore desidera e giova alla tua anima. 

Benedictus te benedicat!

Orario Sante Messe

Orario  Invernale 

Giorni feriali: ore 7.00 - ore 19.00 nell'antico santuario. 

Sabato e prefestivi: ore 7.00 nell'antico santuario - ore 18.00 nel nuovo santuario.

Domenica e festivi : ore 8.30 - 11.00 - 18.00 nel nuovo santuario.

Orario  Estivo

Giorni feriali: ore 7.00 - ore 19.00 nell'antico santuario. 

Sabato e prefestivi: ore 7.00 nell'antico santuario - ore 19.00 nel nuovo santuario.

Domenica e festivi : ore 8.30 - 11.00 - 19.00 nel nuovo santuario.

O Felix Culpa1La Comunità monastica è riunita nella preghiera, nella meditazione e nella contemplazione, nei giorni 11-14 marzo 2019. Predica gli Esercizi Spirituali il rev.do sac. d. Pasquale Basta, biblista. Il Tema di riflessione è: "La Giustizia di Dio nella Croce di Cristo (Rm 1-8)".

 

                                                                Esercizi Spirituali Quaresimali

 Nei giorni 11-14 marzo c. a. la comunità monastica si è raccolta in preghiera e meditazione per vivere il corso annuale degli Esercizi quaresimali, predicati dal Rev.do d. Pasquale Basta, docente di Sacra Scrittura presso la Pontificia Facoltà Teologica Urbaniana di Roma. “La giustizia di Dio nella Croce di Cristo (Rm 1-8)” è stato il tema delle meditazioni, tenute con competenza esegetica e soprattutto approfondimento spirituale. La porta si è aperta con i versetti iniziali della lettera ai Romani, che costituiscono la cosidddetta titulatio dellʼepistola, ossia lʼautopresentazione, dove Paolo non esita a presentarsi come “servo”, “apostolo” e “consacrato”, tre titoli che evidenziano unʼidentità particolare e profonda, con cui egli si riconosce e che è finalizzata unicamente alla conoscenza e diffusione del Vangelo di Gesù, il Messia, preannunciato dai Profeti, nato dal seme di Davide e costituito Figlio. Il cuore di questo vangelo, che potremmo definire paolino, è espresso nella cosiddetta propositio (vv. 16-17), che ne è il centro, dove Paolo, non vergognandosi, ma gloriandosi della predicazione, definisce lʼannuncio evangelico “potenza di Dio per la salvezza”, nella quale “si rivela la giustizia divina di fede in fede”, secondo il testo profetico che il giusto vivrà per la sua fede (Ab 2,4). È qui che troviamo per Paolo la riduzione sintetica di tutta la precettistica ebraica, che si concentra nellʼatto di fede, da quello di Abramo o di Abele fino allʼultimo credente. Passando, quindi, ad evidenziare la grandezza del Vangelo di Cristo, lʼattenzione è posta sullʼumanità, nella sua totalità, giudei e pagani, verso i quali Paolo intenta un vero e proprio processo a tinte scure. E se il mondo pagano è condannato a causa della sua depravazione, come si evince dal grave disordine nella sfera affettiva, che lo ha portato fino allʼidolatria (1,18-32), non di meno lo è il popolo giudaico, che nonostante la Legge, datagli in dono, è decaduto nella “durezza di cuore”, come tra lʼaltro è stato ben evidenziato dalle dure condanne dei profeti (2,1-3,20). In entrambi i casi – sottolinea lʼapostolo – se Dio dovesse basarsi sulla propria ira, dovrebbe ricorrere alla distruzione totale, sia dei pagani come dei giudei. Ma – ed è qui la novità del Vangelo – anziché dare spazio alla propria ira, Dio ha deciso di inviare il Figlio suo (3,21-31). E qui Paolo, ricorrendo alla liturgia espiatoria della purificazione, che gli Ebrei chiamano Yom Kippùr, presenta il Cristo come lo “strumento dellʼespiazione”, su cui sono caduti tutti i peccati dellʼumanità. Non resta allora che compiere un atto di fede, esattamente come ha fatto il patriarca Abramo, prima di essere circonciso, e come ha altrettanto fatto il santo re Davide il quale, anche se circonciso, dopo il peccato di adulterio e di omicidio, non ha potuto fare altro che confidare unicamente nella giustizia divina nei confronti dellʼempio (cfr. Salmo 32). Continuando il ragionamento paolino sulla giustificazione nella croce del Signore, ecco che lʼattenzione si concentra sulla tipologia adamitica. Non si tratta di una semplice contrapposizione tra lʼAdamo peccatore di Gn 3 e il “nuovo Adamo”, che è Cristo. Ma Paolo vede qualcosa di più profondo, nel senso che lʼAdamo, che è in ciascuno di noi, essendo fondamentalmente imperfetto, è naturalmente orientato verso Cristo. Sin dai primordi della creazione la natura umana era orientata verso il suo compimento e tendeva verso lʼAdamo celeste, il solo perfetto e santo. Dividendo lʼumanità in “prima” e “dopo” la Legge, Paolo evidenzia che la funzione della torah non è stata salvifica, ma semplicemente ha reso più evidente il dramma del peccato, rendendolo “visibile”. Pertanto, se nel capitolo 5 di Romani la parola chiave è “peccato/morte”, nel capitolo successivo la parola chiave è “grazia/vita”. E giungiamo così al momento conclusivo degli esercizi, focalizzando lʼattenzione tra lʼ«io diviso» e lʼuomo capace di accedere nelle profondità dello Spirito. Schiavo della “carne”, che per Paolo sono le passioni umane e immerso nei propri desideri aggressivi, lʼunica possibilità di salvezza o àncora, a cui aggrapparsi, è per lʼapostolo lo Spirito di Cristo. Non è la legge, quindi, che permette la rinascita nellʼuomo, ma lo Spirito Santo, che abita nel credente in forza del battesimo. Esso fa morire il lui lʼuomo vecchio, distruggendolo sulla croce del Signore e rende possibile in noi lʼinabitazione. Abitando nel credente, lo spirito del Signore lo identifica con Cristo stesso, per cui Paolo raggiunge il traguardo e la meta, sentendo che a vivere nelle sue membra è lo stesso Cristo Signore, morto e risorto in lui (cfr. Gal 2,20). Allʼinterno di questa particolare antropologia paolina, emerge chiaro che lʼinvio del Figlio, da parte del Padre, non è stato la conseguenza di un incidente di percorso: siccome lʼuomo ha fallito nel suo progetto iniziale, ecco che Dio si è trovato nella necessità di inviare nella storia il suo Verbo, che si è fatto carne. Questa prospettiva soteriologica sembra assente nella visione paolina. È la condizione propria dellʼuomo, immerso nella sua carne, che lo rende fragile, esattamente come alcuni degli angeli, che sono decaduti alla pari dellʼuomo nel giardino, rendendolo deserto e inospitale. Lʼorientamento significativo di tutta la storia è, per Paolo, la croce del Cristo, luce delle genti, splendore dellʼumanità, gloria dellʼuomo.

 

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